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Il 18 Brumaio di Napolitano I ed il Movimento a 5 stelle

AGLI ITALIANI RIMANGONO LE PROSSIME ELEZIONI
di Michela Apostoli per Palazzolo 5 stelle

“Populisti”, “Euroscettici”, “Disfattisti”, perfino “I Nuovi Fascisti”: con questi appellativi sono oramai presi a pesci in faccia i cittadini italiani che a diritto invocano uno Stato democratico, contro il potere dei “Banchieri”.
Democrazia vogliono, sostegno all’economia reale, possibilità di una vita dignitosa, di un lavoro.
A loro non rimangono che due carte da giocare: il voto e le prossime elezioni.
Il professor Paolo Becchi fa un’acuta e lungimirante sintesi della subdola e silenziosa espropriazone che i poteri finanziari hanno fatto della sovranità italiana.

L’inedito di Paolo Becchi concesso a Michela Apostoli per Palazzolo 5 stelle

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Il 18 Brumaio di Napolitano I ed il Movimento a 5 stelle
di Paolo Becchi

Ci avviciniamo al termine: scadenza del mandato presidenziale di Napolitano, e fine della sedicesima legislatura dell’Italia repubblicana, spezzata dal passaggio da Berlusconi a Monti. Eppure si lavora per continuare a “bloccare” il sistema, nonostante – e forse proprio attraverso – le imminenti scadenze, le imminenti elezioni. Napolitano dichiara che continuerà a “vigilare” sul rispetto degli impegni presi nei confronti dell’UE. Re Giorgio non sarà più Presidente, ma lascia un’eredità al suo successore (e chi potrebbe essere, se non Monti? Ciampi fece un cursus honorum del genere: da Presidente del Consiglio a Capo dello Stato).
Le elezioni che si terranno – sembra dire il Presidente della Repubblica – non contano: tutti i partiti dovranno comunque accettare la continuità del programma del governo Monti. Le elezioni dovranno servire (paradossalmente) ad assicurare la continuità di un governo che continua a presentarsi come esperienza “a tempo”. Monti insiste nel dire che il “governo tecnico” è stata una “parentesi”: «L’esperienza del governo tecnico è limitata nel tempo […]. Superata l’esperienza del governo tecnico resterà l’eredità dell’importanza delle competenze nell’attività politica».
Potrà anche non esserci, forse, un “Monti-bis”, ad una condizione: che ciò possa favorire il mantenimento di quel “blocco” costituzionale fondato sull’intervento diretto del Presidente della Repubblica e sull’allineamento dell’Italia all’asse europeo – a cui non possiamo che dare il nome di Terza Repubblica –.
Continuiamo pure a chiamare quello di Monti un “governo tecnico”, sapendo che si tratta di un eufemismo: non esiste, in tutta la storia repubblicana, un governo tecnico durato quasi una mezza legislatura . I governi tecnici della prima repubblica venivano chiamati “balneari” perché consentivano in breve tempo – lo spazio, appunto, di una vacanza al mare – di ricompattare la stessa maggioranza , modificando qualche equilibrio interno. Ciò che è avvenuto con Monti non ha nulla a che vedere con un “riposizionamento” della maggioranza: al contrario, esso ha spostato e rifatto una maggioranza. Il suo è il primo governo della Terza Repubblica.
Casini, di recente, ha sostenuto il “passaggio” a questa nuova forma di governo. Dopo aver infatti dichiarato: «Per noi dopo Monti c’è Monti. Il cammino non va interrotto», ha spiegato il senso della sua affermazione: «Per noi evocare Monti significa dire qualcosa che va ben oltre il nome del presidente del Consiglio». Non è un “nome” ad essere in gioco, da qui al prossimo Aprile, ma un “sistema politico” preciso, definitosi negli ultimi due anni.
Occorre dunque fare un passo indietro, alla “strana” estate del 2010. In un mese, dietro lo scontro con Fini – e lo scandalo giornalistico della “casa di Montecarlo” –, si risolse allora l’autentico e reale conflitto politico: quello tra Berlusconi ed il Presidente della Repubblica Napolitano. A fine agosto, fu Berlusconi ad uscire sconfitto, a cedere di fronte alla ferma posizione del Capo dello Stato di non sciogliere anticipatamente le Camere dopo l’estate. Il Presidente del Consiglio perdeva, così, il controllo del rapporto tra Governo e Parlamento, nonché della propria maggioranza. Si veniva ad erodere, progressivamente, il meccanismo fondamentale della forma di governo parlamentare, fondato sul rapporto fiduciario Parlamento-Governo.
Nel “parlamentarismo razionalizzato” disegnato dalla nostra Costituzione e definitosi, dopo il ’93, con l’elezione sostanzialmente diretta del Capo del Governo, infatti, la fiducia significa anzitutto la necessità che il programma del Governo possa essere attuato e realizzato attraverso il Parlamento, con la conseguenza che, se tale attuazione entra “in crisi”, il Governo deve avere la possibilità di sciogliere le Camere e ricorrere nuovamente alla consultazione elettorale.
Nell’agosto 2010 questo “congegno” è stato bloccato dal Presidente della Repubblica, che è intervenuto dichiarando di voler impedire lo scioglimento del Parlamento sino alla fine della sua legislatura. Ciò non era, certo, sufficiente a provocare le dimissioni di Berlusconi, ma ne costituiva la premessa necessaria: si obbligava, infatti, il Presidente del Consiglio a governare senza poter disporre di alcuno strumento di pressione reale sulla propria maggioranza parlamentare. Soltanto questo spiega quella concitata “compravendita” di deputati (spiega, cioè, le defezioni dei “frondisti” del Pdl, la fuga degli “scajoliani”, le continue “conte” dei numeri, spiega Scilipoti e Calearo) che, tra ottobre e dicembre 2011, salvò il Governo dal voto di sfiducia ma che fu, al contempo, l’ultimo atto prima della sua fine.
Occorreva, dunque, chiudere l’esperienza Berlusconi. Ed è di un anno più tardi – ancora in estate – la mossa successiva: l’improvvisa “follia controllata” dello spread, che inizia a salire nei primi giorni di luglio (244), poi ridiscende, ed a partire da agosto ricomincia ad impennarsi, senza più fermarsi, fino a raggiungere il picco nella seconda settimana del novembre 2011(quota 553).
Più degli scandali sessuali, lo spread segnava la fine di Berlusconi, in quanto minava alle fondamenta il suo potere economico ed i suoi stessi interessi aziendali. Berlusconi rassegnava così le sue dimissioni nascondendole come un atto di responsabilità nell’interesse del Paese di fronte alla crisi economica ed alla necessità di adottare soluzioni radicali e di emergenza. In realtà, la sua uscita di scena è dipesa da un rovesciamento politico dei rapporti tra Governo e Presidente della Repubblica, da un conflitto acuto – ma silenzioso – tra due poteri o, più correttamente, tra due diversi modelli costituzionali: l’evoluzione del sistema parlamentare verso il “premierato”, da una parte (Berlusconi), ed il suo rovesciamento in senso “presidenziale”, dall’altra (Napolitano).
Le “consultazioni” aperte da Napolitano dopo le dimissioni di Berlusconi corrispondevano soltanto in apparenza alla “prassi costituzionale” tipica della prima Repubblica. Il sistema, infatti, era già stato “bloccato” l’anno precedente: non si sarebbe mai andati alle elezioni, e la nomina di Monti a Senatore a vita anticipava, ancora con Berlusconi Presidente del Consiglio, la formazione di un nuovo Governo.
E con la nomina di Monti, si è definitivamente compiuto il passaggio al “Governo del Presidente”, una stagione politica inedita nel nostro Paese. Un Governo legittimato politicamente dal Capo dello Stato, la cui linea di azione viene dettata dall’esterno, dagli interessi economici di Bruxelles.
Vengono così a coincidere, finalmente, le due forze fondamentali che in questi due anni hanno cambiato la nostra Costituzione con un atto di forza, nel rispetto formale della legalità ma senza alcuna legittimazione democratica: la forza politica del Capo dello Stato, e la forza economica di quella “dittatura europea” di banchieri e finanzieri, appartenenti ad esclusivi clubs e gruppi di decisione e pressione. Per due anni, il Governo si impone a forza di decretazioni d’urgenza e di una disciplina “bulgara” imposta al Parlamento.
Sembra che il “colpo di Stato” abbia funzionato. I partiti tentano di riposizionarsi, ma continuano a perdere credibilità e consensi. Crollano il Pdl e la Lega Nord. Il Pd pensa di potersi inserire in questa “terra di nessuno”, eppure si trova in scacco: o con Monti o contro Monti, anzitutto. Non c’è altra scelta. Il congegno sembra dunque funzionare. Ma non è così.
I “tecnici” non hanno previsto quello che doveva necessariamente accadere: che il popolo italiano si ribellasse, divenisse finalmente rivoluzionario, comprendesse le umiliazioni a cui questa “Terza Repubblica” lo sottopone. Doveva accadere che un vero movimento di opposizione al potere, al sistema di Bruxelles, alla speculazione parassitaria, alla moneta unica, minacciasse la “pace” politica imposta a colpi di spread.
Si lavora, dunque, per riparare a questo “errore di previsione”. Per fare in modo che le prossime elezioni assicurino la continuazione della “Terza Repubblica”. E, per farlo, è necessaria una cosa soltanto: impedire che il voto si converta in opposizione al sistema di potere; neutralizzare, cioè, il Movimento a 5 stelle, che oggi incarna l’unica autentica protesta al potere, le uniche parole d’ordine per restituire dignità al popolo italiano: fuori dall’euro e dall’Europa, affermazione di una autentica democrazia al posto di una “casta” tecnocratica di politici e banchieri.
Come neutralizzare, dunque, il Movimento? Le tecniche di “manipolazione” sono quelle “classiche”, dalle più elementari a quelle più complesse.
Prima di tutto, creare spaccature la suo interno: il “fuori onda” in televisione di Favia di questi ultimi giorni ne rappresenta un esempio talmente banale da non dover neppure essere commentato (e già, del resto, pare si sia scoperto che lo “scoop” sarebbe stato “concordato” da Favia). La stampa si schiera: “Repubblica”, che ha progressivamente sposato la causa della Terza Repubblica, ha iniziato a guidare la campagna di diffamazione contro il Movimento a 5 Stelle.
Seconda tecnica: definirlo, qualificarlo, ricondurlo ad una “categoria” politica già nota e dispregiativa. Si veda, ad esempio, il recente intervento di Monti: «L’Europa è minacciata dai populismi». E spiega: «c’è il rischio che all’interno dell’Unione Europea, mentre la costruzione dell’Europa si perfeziona, le difficoltà dell’Eurozona facciano emergere una grande, crescente, pericolosa sensibilità nelle opinioni pubbliche dei vari paesi con tendenze all’antagonismo». “Populismo”, “tendenza all’antagonismo”: si ricorre a definizioni del tutto vuote ma connotate emotivamente per squalificare una forza politica reale, autentica.
Terza tecnica: “anticipare” i risultati del voto, pronosticarli, prevederli, in modo da influenzarli e determinarli (è la tecnica chiamata della “profezia che si autoadempie”, o che “si autoavvera”, tipica della speculazione finanziaria). Da qui i “sondaggi” – basti l’esempio di quello realizzato Mannheimer il 9 settembre –: “italiani tentati dal governo tecnico”, governo di solidarietà nazionale, “strana” maggioranza, etc.
Quarta tecnica: controllare i meccanismi “tecnici” che disciplinano il voto, ossia lavorare sulla legge elettorale e sul periodo in cui tenere le elezioni. Forse uno scioglimento anticipato delle Camere consentirebbe a Napolitano di gestire con una certa tranquillità ed uno “spazio di manovra” il dopo-voto. Forse Re Giorgio, in questo, è stato ostacolato dall’innesco della polemica sulla trattativa Stato-Mafia, e potrebbe rinunciare al voto anticipato: bisogna sempre salvare le apparenze, la “neutralità” del ruolo del Capo dello Stato. La modifica o meno della legge elettorale, poi, si gioca tutta sulla necessità di impedire al Movimento 5 stelle di divenire una forza parlamentare attiva.
Queste le tecniche che vediamo oggi e continueremo a vedere all’opera nei prossimi mesi, con l’obiettivo di soffocare l’opposizione degli italiani a questa “svolta” costituzionale dettata dal Presidente della Repubblica e dall’Europa. Ed il Movimento a 5 stelle, come potrà reagire? Se esso è, come davvero sembra, una forza reale nel Paese, se esso davvero rappresenta ed incarna le istanze della di una fetta sempre più consistente di italiani e di giovani destinati ad un futuro di miseria, nulla potrà fermarne la forza elettorale. Il problema, se mai, è un altro.
Eleggere dei rappresentanti in Parlamento, non significa necessariamente “vincere” la propria battaglia politica. La democrazia parlamentare tende per sua natura al negoziato, al compromesso, alle “manovre”: c’è sempre il pericolo, il rischio, di restare intrappolati e neutralizzati da coalizioni di partito e maggioranze complesse, trasversali, che riescano ad assicurare la continuità del nuovo “sistema” anche contro un Movimento ben rappresentato alle Camere. È questo che il Movimento deve evitare: di oscillare, quale semplice forza d’opposizione, tra le correnti che sosterranno una soluzione in continuità con l’asse Napolitano-Monti.
Il Movimento non deve, in altri termini, essere soltanto un’opposizione, una forza di protesta, un’espressione del dissenso e della “delusione” degli italiani nei confronti dei partiti. La delusione, l’astensione, il voto di protesta non impediranno, infatti, da soli, il consolidamento della “Terza Repubblica” (la quale, anzi, si è in larga parte legittimata, con l’intervento del “custode” della Costituzione, proprio grazie al “vuoto” dell’astensionismo e del dissenso ai partiti politici allora al governo).
È vero: in Parlamento, il movimento non potrà che svolgere il ruolo dell’opposizione, ma ciò non dovrà “istituzionalizzarlo”: non dovrà perdere la sua carica intransigente, anti-sistema. Dovrà essere nell’aula ma sempre fuori, al di là del Palazzo.
Il Movimento 5 Stelle ha ora bisogno di una dottrina positiva e definitiva. Non sarà un partito proprio perché non sarà destinato al compromesso. I partiti hanno ideologie astratte, che servono loro come la carta da giocare sul tavolo del negoziato politico. Le “ideologie” sono fatte per essere compromesse con altre “ideologie”. I movimenti non hanno ideologie: hanno un bersaglio, un obiettivo. I movimenti sono a senso unico: non possono perdersi per strada, non possono scegliere di “girare” a destra o a sinistra. Per questo non si possono compromettere. Per questo il Movimento a 5 Stelle deve rimanere movimento, deve essere sempre in divenire, non deve fermarsi mai. Per questo, quale che sarà il risultato elettorale del 2013, non dovrà ripensarsi come forza di opposizione o di maggioranza.
Non è questa la sua natura, non è questo il suo bersaglio. Ciò che dovrà realizzare è portare l’Italia fuori da questa trappola per topi – da questo sistema politico ed economico dettato dall’Europa –, e restituire agli italiani la loro sovranità.

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