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Nobel per la pace : tre donne africane e la loro lezione

Da: Un Altro Genere di Comunicazione

Mentre in Italia il Presidente del consiglio considera la donna solo come un oggetto sessuale, al di fuori della nostra ridicola “repubblica delle banane”  la commissione norvegese ha assegnato il premio Nobel per la Pace 2011 proprio a tre donne.

Si tratta di Ellen Johnson-Sirleaf, presidentessa della Liberia, Leymah Gbowee, avvocatessa liberiana, e dell’attivista yemenita Tawakkul Karman. La motivazione ufficiale recita  “per la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace”.

Johnson-Sirleaf, economista, è la presidentessa della Liberia dal 2005 ed è la prima donna a ricoprire questo incarico nel continente africano. E’ stata in carcere quando, nel 1985, partecipando alle elezioni del senato della Liberia, accusò pubblicamente il regime militare. Aveva già concorso alle presidenziali nel suo paese una prima volta nel 1997,  raggiungendo solo il 10% dei voti. Ma non si è persa d’animo e dopo otto anni ci ha riprovato. Dopo la sua vittoria alle elezioni del 2005, Johnson-Sirleaf pronuncia uno storico discorso alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti, chiedendo il supporto americano per aiutare il suo paese a “divenire un faro splendente, un esempio per l’Africa e per il mondo di cosa può ottenere l’amore per la libertà“.

Leymah Gbowee, invece, è un avvocato ed è una militante pacifista e nonviolenta che ha contribuito a mettere fine alle guerre civili che hanno dilaniato la Liberia.  Tra le iniziative più note dell’attivista, nota anche come la “guerriera della pace”, va ricordato “lo sciopero del sesso“, un’iniziativa che costrinse il regime di Charles Taylor ad ammetterla al tavolo delle trattative per la pace. (E forse anche qua in Italia noi dovremmo prendere esempio da lei e ricorrere a uno sciopero del sesso per ottenere le dimissioni di Berlusconi e recuperare il rispetto dei nostri corpi).

Tawakkul Karman, la più giovane delle 3, in poco tempo è divenuta la leader della protesta femminile contro il regime yemenita. Giornalista e fondatrice dell’associazione “giornaliste senza catene” è militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, primo gruppo di opposizione. Nel gennaio di quest’anno era stata arrestata dalle autorità yemenite, costrette poi a rilasciarla sotto la pressione delle manifestazioni in suo sostegno che hanno portato in strada migliaia di persone. Quando ha ricevuto il premio Karman l’ha dedicato a tutte le donne dello Yemen e ai militanti della primavera araba.

Queste tre donne ci insegnano tanto, ci insegnano che il mondo può davvero cambiare, che noi possiamo fare tanto, nonostante tutti i pregiudizi e le difficoltà relative al nostro essere donne.  E tuttavia c’è una grossa differenza tra noi e loro: queste sono donne costrette a reagire, costrette dalle guerre, dalla fame e dall’estrema povertà dei loro popoli, costrette da situazioni rispetto alle quali non ci sono sfumature: o si combatte o si soccombe. Noi donne occidentali, invece, perdiamo spesso di vista l’essenza vera dei nostri problemi e ci accontentiamo, ci rassegniamo, perché tanto, dopo tutto, si sopravvive ugualmente.

Con il nostro atteggiamento noi italiane stiamo ammettendo cose che stanno riportando l’Italia vistosamente indietro nel tempo.  Attacchiamoci sul frigorifero le foto di queste tre donne invece che quelle stupide diete che ci schiavizzano inutilmente, e pensiamo ogni volta che le guardiamo che anche noi possiamo fare grandi cose per il nostro paese.

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