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La marea nera cinese

Da Tuttogreen.it

Sarà che i disastri ambientali che avvengono in Asia non interessano i media internazionali, visto come tacciono sugli effetti devastanti che in questi giorni uragani ed esondazioni stanno avendo su Giappone, Cina e paesi limitrofi. O ancora, visto come tacciono sugli oltre 700 incidenti che hanno dannosi per l’ambiente avvenuti in Cina dal 1998 ad oggi. O forse sarà che nel Paese della Lunga Marcia vige ancora una dittatura anacronistica, che blocca o rallenta la fuoriuscita di notizie scomode al di fuori dei confini nazionali.

La marea nera monta dal amre verso l’interno attraverso i fiumi

Fatto sta che la Cina sta vivendo il peggiore disastro ecologico della sua storia e nessuno ne parla. Un disastro ecologico iniziato lo scorso 4 giugno 2011 nella Baia di Bohai, nella parte nord-orientale del Paese. Il giacimento è gestito dalla società texana ConocoPhillips ma ne è proprietario lo stato cinese, essendo controllato al 51% della China National Offshore Oil Corporation (CNOOC).

E ‘molto difficile sapere con esattezza quale sia l’entità della fuoriuscita. Tra l’altro, il petrolio non arriva del tutto in superficie poiché trattenuto dal cosiddetto “fango di perforazione“, una miscela di sostanze chimiche, argilla e acqua estremamente dannosa per l’ambiente e anch’essa rilasciata in maniera massiccia.

L’epicentro della catastrofe si trova a 80 Km al largo della costa, dunque non è di facile accesso. E questa lontananza gioca a favore di Cina e ConocoPhillips, rendendo difficili i sopralluoghi da parte di enti indipendenti e imparziali.

Stando ai dati ufficiali diffusi dalla società texana, ad oggi i barili dispersi in mare sono 3.200, equivalenti a una chiazza larga ben 512 mc. A questi vanno aggiunti 700 barili di petrolio grezzo e 2.500 contenenti fanghi per la perforazione petrolifera. Anch’essi, come detto, altamente inquinanti.

Stime che non corrispondono a quella della National Oceanic Administration cinese, per la quale il tratto di mare inquinato è vasto quasi 5.500 km2, ovvero il 7% del Mare di Bohai.

Al di là del solito balletto di cifre con annesso rimpallo di responsabilità, è indubbio che la costa circostante è stata ampiamente colpita dall’inquinamento petrolifero. Anche le spiagge della grande città portuale di Qingdao sono “colorate di nero”, usando le parole del Quotidiano del Popolo.

Per quanto riguarda gli esseri umani, ad essere principalmente danneggiati da questo disastro sono ovviamente i pescatori, seguono a ruota gli agricoltori. Eppure, per ora, secondo fonti ufficiali “solo” 200 famiglie appartenenti a due contee di Hebei si sono unite per fare una stima delle perdite e chiedere i danni.

Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, gli allevatori di pesce della zona hanno perso quasi il 70% della loro produzione. Il restante 30% è costituito da specie marine molto piccole, che interessano poco i consumatori.

Il disastro della Baia di Bohai

Ma come è potuto accadere? Come per le stime dei danni, anche qui i pareri sono discordanti.

Per la società texana responsabile delle trivellazioni il problema è che il giacimento si trova su una faglia sismica, che si è aperta improvvisamente. Un incidente che la società ritiene “estremamente raro” e imprevedibile. Ma per la maggior parte degli esperti, si tratta di un errore umano. Le perdite sarebbero state causate da un carotaggio sbagliato che avrebbe rovinato la stabilità degli strati geologici. Continua a leggere

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