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ENERGIA NUCLEARE: UN SI AL RFERENDUM PERCHE’ DAVVERO IL NUCLEARE NON SERVE

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A poche ore dal voto referendario sui 2 quesiti sull’acqua, uno sul legittimo impedimento e uno contro il nucleare, per chi non si fosse ancora informato sull’argomento ho trovato un interessante articolo che spiega in sintesi quanto sia veramente inutile oltre che dannoso ed antieconomico il cammino verso la produzione dell’energia elettrica da centrali nucleari e quindi invito tutti a presentarsi ai seggi per esprimere la propria opinione col voto che, non è una scelta partitica come molti vogliono far credere o come qualche partito vorrebbe darne paternità. I 4 referendum, pur col sostegno di qualche forza politica, sono espressione della società civile e tale deve restare.

Per approfondimenti e dettagli consulta la rubrica realizzata da Matteo Piantoni ( i denuclearizzati ) pubblicata dal  28  febbraio e nelle settimane successive su questo portale.

Buona lettura.

Angelo Borgogni per Palazzolo5stelle

L’atomo continua a dividere – e a prendere finanziamenti – almeno in Italia. Urge fare chiarezza e prendere una decisione definitiva, una volta per tutte.

I sostenitori del nucleare hanno ragione, al di là delle reazioni emozionali, l’energia nucleare deve essere valutata per le sue caratteristiche tecniche. Facciamolo.

Mettendo da parte la comune preoccupazione suscitata dal disastro nipponico, resta da dire che il caso del Giappone ha messo il mondo di fronte ad una tragica evidenza: se ad andare in crisi è uno dei paesi con le migliori tecnologie al mondo, evidentemente il problema è profondo. Moltiplicare i controlli, aumentare le precauzioni… Tutto questo è utile, ma di fronte a fenomeni inaspettati, la verità salta fuori: le reazioni nucleari su cui si basa l’energia atomica sono pericolose, in condizioni di normalità possono essere controllate e sfruttate a favore dell’uomo, ma con il verificarsi di fattori imprevisti l’uomo torna ad essere una pedina in una partita davvero rischiosa. E, parlando di nucleare, le conseguenze possono essere davvero devastanti.

Ecco dunque la domanda cruciale: vale la pena correre questo rischio? Forse, se il nucleare potesse davvero contribuire ad azzerare le emissioni e i consumi di combustibili fossili, potremmo anche pensarci.

Ma la realtà è ben diversa, come spiega l’economista Jeremy Rifkin: il nucleare avrebbe un senso se coprisse almeno il 20% del fabbisogno energetico mondiale, solo in questo caso i costi sostenuti per le centrali e il controllo sarebbero giustificati da un reale contributo alla lotta ai cambiamenti climatici, portando un taglio significativo alle emissioni di CO2 da fonti fossili.

Dati alla mano, «arrivare al 20% di nucleare – ricorda Rifkin – significa costruire 1 centrale atomica ogni 10 giorni per i prossimi 60 anni». È evidente che, anche volendo, non ci sarebbero risorse disponibili, a partire dai luoghi in cui localizzare le centrali stesse, tolte le aree a rischio sismico e idrogeologico ed eliminate le aree in cui non ci sono bacini d’acqua dolce sufficientemente abbondanti.

E l’uranio, basterebbe? Già nelle condizioni attuali, ovvero – come ricorda Rifkin – con un 5% di contributo nucleare al bilancio globale, l’Aiea (agenzia internazionale per l’energia atomica) pensa che potremmo arrivare ad una carenza di uranio tra il 2025 e il 2035.

E le scorie? Anche qui, un noto esempio serve a dare un’idea del problema: gli Stati Uniti hanno speso 8 miliardi di dollari in 16 anni per costruire un sistema di stoccaggio nella Yucca Mountains, arrivando ad ammettere il fallimento. E l’Italia, paese che ha già dei seri problemi nel gestire l’umido, come pensa di organizzarsi per le scorie nucleari? Perché prima di fare qualsiasi proposta, bisognerebbe avere un piano preciso da esporre, ma in Italia, spesso, mancano i dettagli. Per non pensare ai costi di gestione di questi rifiuti pericolosi: su chi ricadrebbero?

E allora, forse è davvero il caso di sedersi a tavolino e pensare ad un’alternativa fattibile. Le rinnovabili rappresentano una buona occasione di crescita, ma anche in questo campo ci vuole pianificazione: è urgente decidere una linea energetica stabile, per poter investire tempo e risorse in una soluzione a lungo termine.

Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, ha recentemente spiegato come «in Europa il 100% di copertura della domanda elettrica con le rinnovabili si potrà articolare nella creazione di milioni di punti di generazione distribuiti e nella realizzazione di una forte rete di interconnessione capace di trasferire energia dai parchi eolici off-shore dai mari del Nord e dalle centrali solari del Sahara».

Della stessa idea Jeremy Rifkin, che auspica un terza rivoluzione industriale, in grado di democratizzare l’energia, creando un sistema decentrato di piccoli impianti basati sulle rinnovabili, trasformando le stesse case in fonti di energia.

Fantascienza? Non proprio. Date una lettura all’ultimo lavoro di due ricercatori di Stanford, Mark A. Delucchi e Mark Z. Jacobson, “Providing all global Energy with wind, water and solar power”, secondo i quali l’unico ostacolo ad una conversione del 100% alle rinnovabili è di tipo politico e sociale, non economico, né tantomeno tecnologico.

Marta Mainini

fonte: virgilio go green

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2 Risposte

  1. Referendum 12-13 giugno: chi non vota non rispetta la vita. Lascetemelo dire…

  2. dai basta riempire le tasche dei “soliti noti” con i finanziamenti di false produzioni energetiche… io voto 4 SI!!!

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