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CREDERE, INVESTIRE, ECOSOSTENIBILE

Parliamo di energia e di un progetto innovativo,  che in Inghilterra ha ricevuto un contributo economico importante per il suo sviluppo e per la sua realizzazione. Il nostro intento è  di portare a conoscienza del progetto, ma ancor più,  far notare, come un paese possa credere e investire nelle proprie capacità anche in un periodo di crisi e tagli indiscriminati.  

La decisione è  stata unanime: l’assegno da 150.000 sterline andava assegnato al progetto di fotovoltaico organico messo a punto da una piccola società, la Oxford Photovoltaics. E così, pochi giorni fa, il Technology Strategy Board and Research Uk – uno degli organismi di ricerca e sviluppo del governo britannico – ha premiato lo sforzo di chi in futuro, forse, potrebbe rivoluzionare il mercato dell’energia fotovoltaica applicata agli edifici. Quante potenzialità ci siano nella scelta del vincitore lo dice il nome della competizione stessa: Disruptive Solutions Competition, dove Disruptive Solutions sta per Invenzioni “Dirompenti”. Per capire meglio le novità del progetto premiato, bisogna prima ricordare che il fotovoltaico organico è già di per sé una novità, tanto che ad oggi non ne esiste una versione da mercato. Si basa infatti, come suggerisce il nome, non sul “classico” silicio dei pannelli solari in commercio, ma su materiali di origine organica, e questo – a fronte di notevoli vantaggi in termini economici e di reperibilità – comporta ancora enormi difficoltà, come ad esempio la stabilizzazione e la longevità dei materiali utilizzati. Proprio le difficoltà che la Oxford Photovoltaics ha cercato di risolvere. Come? Con una tecnica simile alla serigrafia: lo screen-printing. In pratica, le celle fotovoltaiche vengono “stampate” direttamente sulla superficie di applicazione, e questo grazie all’ossido di metallo (allo stato solido) immerso nella tintura organica (allo stato liquido) e utilizzato come conduttore. Spiega Henry Snaith, uno dei ricercatori coinvolti: questo processo rende molto più facile la lavorazione: non ci si deve preoccupare di incapsulare e sigillare, un problema fondamentale nelle celle elettrolitiche a tintura. Celle elettrolitiche a tintura che risentono quindi del trascorrere del tempo, in quanto la tintura stessa corrode i circuiti. Se quelle progettate finore hanno una durata di vita media di 2-3 anni, quelle premiate dal TSBR, proprio per merito dell’ossido di metallo, potrebbero addirittura competere con gli standard attuali. Per ora le celle della Oxford Photovoltaics saranno applicate ai vetri, dando a questi una leggera colorazione che dipenderà appunto dal tipo di tintura. In futuro si pensa all’applicazione su altri materiali, come i laminati d’acciaio. L’obiettivo è facilmente intuibile: rivoluzionare l’edilizia sostenibile.

Roberto Zambon

Fonte: Fast Company

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