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DALLA RUBRICA DONNE: “LO SFOGO QUOTIDIANO?”

Ecco di seguito un articolo che ho inviato a Il Fatto Quotidiano in relazione alla vicenda articoli misogini e in risposta a Peter Gomez.

Leggo Il Fatto perché mi dice cose che sugli altri giornali non trovo, soprattutto per quanto riguarda le vicende politiche del nostro Paese. Leggo Il Fatto perché ritengo che non vi sia ingerenza da parte del potere politico ed economico e dunque presumo che i giornalisti siano liberi di dire, appunto, i fatti (non solo le opinioni, che possono essere soggettive e variabili, ma proprio i fatti) così come stanno, senza pressioni. Leggo Il Fatto perché le sue tesi non ruotano intorno ad un partito e non hanno una connotazione ideologica. Infine, leggo Il Fatto perché i suoi giornalisti parlano chiaro e non cercano di convincere, quanto piuttosto di esporre.

Ma analizzando gli articoli di Massimo Fini sulle donne in relazione ai punti di forza del giornale sopra citati, mi vedo costretta a constatare che:
– non mi dicono cose che sugli altri giornali non trovo, anzi, direi che di articoli contro il femminismo o contro le donne ne leggo già molti perché una certa mentalità di considerare la donna inferiore all’uomo in Italia è ancora pericolosamente diffusa (infatti viviamo in uno dei Paesi occidentali più arretrati per le pari opportunità)
– non raccontano fatti scomodi censurati dal potere politico ed economico, anzi manifestano un’opinione sulle donne sulla quale, semmai, si è costruito e retto per anni l’attuale establishment politico ed economico
– non so se siano liberi da ideologie politiche ma mi sembrano abbastanza in linea con una certa frangia del pensiero reazionario di destra
– sono chiari nell’esprimere un’opinione ma non nell’esporre i fatti, tant’è che Gomez su questo punto ne ha confutato il secondo con una cristallinità senza precedenti.

Che cosa c’entrano, allora, gli articoli di Fini sulle donne con Il Fatto quotidiano? Niente, mi dico. Però sul Fatto, come ci ricorda Gomez, vige la libertà d’espressione, come se il problema fosse una questione di censura e non di linea editoriale di una testata. Nessuno impedisce a Massimo Fini di esprimere in Rete la sua opinione, sebbene a mio avviso lesiva della dignità di alcune persone, ma qui non si parla della “Rete” in generale. Qui si parla di uno spazio preciso e circoscritto del Web, ovvero del sito di una testata con una sua direzione ed una sua redazione, dove gli articoli vengono scelti e dove una discriminazione, per forza di cose, è già in atto: si chiama selezione dei contenuti. Perché Il Fatto dovrebbe essere un quotidiano on line e non un “aggregatore spontaneo di post”.

Viene da chiedersi come mai, in questo senso, in nome della libertà d’espressione, non troviamo su Il Fatto articoli pro Berlusconi o discriminatori nei confronti degli immigrati, per esempio. Su questi temi, infatti, si avverte una linea editoriale precisa, per la quale sono stata fiera di leggere fino ad oggi il vostro quotidiano: Il Fatto ha deciso di schierarsi dalla parte dei “fatti”, costi quel che costi. La libertà su cui credevo si basasse questa testata non era data dall’ipotesi che chiunque potesse scrivervi qualunque cosa, come su un social network tanto per intenderci (anch’esso regolato da una serie di norme per altro), ma che chiunque fosse libero di dire la sua verità, anche scomoda, senza pressioni da parte del potere, come invece succede in tante altre testate.

Non è possibile che, quando si parla di donne, improvvisamente, essere un “bravo giornalista” costituisca condizione necessaria e sufficiente per potersi vedere pubblicato sulle pagine di un quotidiano, on o off line che sia, qualsiasi tipo di sfogo (pardon, provocazione) anche misogino.

Caro quotidiano, io non lo capisco. E ti chiedo, come donna e come lettrice, che tu prenda una posizione chiara. Se stai dalla parte dei fatti, decidi di esserlo su tutto, anche sulla questione femminile, sulla sua storia e, perché no, sulle sue contraddizioni. Ma fallo basandoti sui fatti e non sugli sfoghi personali, fedele al nome che tu stesso ti sei scelto. Perché la questione della discriminazione sessuale non è, a dispetto di come molti credono in questo Paese arretrato, un semplice tema di gossip o di costume dove chiunque può dire ciò che vuole, ma una seria ed irrisolta questione di diritti umani. Ci si può arrogare il diritto di garantire la libertà di espressione quando ancora, anche in Italia, molte donne trovano la loro strada cosparsa di ostacoli per portare il proprio pensiero in numerosi contesti e per concretizzarlo pienamente nella loro vita?

Caro Il Fatto, se davvero sei per la libertà d’espressione, dovresti innanzitutto impegnarti per creare le condizioni affinché questa possa manifestarsi per tutti schierandoti coraggiosamente per la promozione delle pari opportunità, ricordandoti che la libertà d’espressione non riguarda solo le opinioni, ma anche i comportamenti e l’esercizio dei propri diritti, che a molte donne ancora è negato.

Giorgia Vezzoli
http://vitadastreghe.blogspot.com

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5 Risposte

  1. Giorgia,
    chiara, diretta, efficace! Mi piace nella forma e nel contenuto. Condivido e apprezzo!
    Giovannna

  2. Complimenti per la pubblicazione sul Fatto!!!

    Sono stati di parola…

  3. Io ritengo che malgrado Massimo Fini sia effettivamente eccessivo bisognerebbe analizzare bene ciò che scrive e su quello confrontarsi e discutere.

    Per spigarmi meglio incollo un commento che ho letto sul siti del Fatto e che condivido in pieno:

    Come donna e lavoratrice ho trovato l’articolo di Fini pieno di buonsenso : aldilà infatti delle proprie convinzioni personali sul lavoro femminile, bisogna ammettere che nella società italiana , la donna non lavora per realizzarsi , come si diceva una volta, ma per pura sopravvivenza . “Due al prezzo di uno” è una sacrosanta realtà . Non sono d’accordo sulla conclusione :” lo stage in Afghanistan ” per trovare l’uomo che le fa rigare dritto . Personalmente l’ho preso come una battuta di spirito , una provocazione e non ho dato tanto peso alla cosa . Leggendo la lettera della signora Vezzoli però capisco che preso seriamente possa dare fastidio.Internet però , permette una interazione con i lettori che una volta era impensabile ,pertanto anzichè invocare una linea editoriale, si può approfittare del mezzo per dire al signor Fini che non siamo d’accordo con lui e provarci ad argomentare e a confutare le sue tesi .
    Io ringrazio Gomez che invece ha pubblicato Massimo Fini perchè questa è la democrazia di Internet.
    Usiamola !

  4. Grazie Giovanna.

    Qui il link alla mia lettera pubblicata (con risposta della redazione). Se volete, potete intervenire nei commenti:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/04/lettera-contro-fini/36407/

  5. @giovanni: innanzitutto il commento riportato non tiene conto anche del precedente articolo di fini (http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2462978&title=2462978), cui la mia lettera faceva riferimento, dove risulta davvero difficile prendere per provocazioni che inducono alla riflessione frasi come:

    “Le donne sono una razza nemica”. “Hanno la lingua biforcuta”. “L’uomo è lineare, la donna serpentina”. “Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni”. “La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile.” “Per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile.”

    in ogni caso il punto, per me, non è tanto condividere o meno le parole di fini perché se lo stesso quotidiano non le condivide, per sua stessa ammissione, e le confuta, la domanda è: allora perché lo pubblica?
    perché se questa è la linea del quotidiano, mi aspetto, d’ora in poi, che il concetto del non condividere una tesi ma siccome è chiaramente una provocazione allora la si pubblica (scusate la brutale sintesi, ma è per capirsi) venga applicato anche a tutti gli altri temi, inclusi quelli politici.
    a questo punto, è una questione di coerenza.

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