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I ROMENI NON SONO UN POPOLO DI DELINQUENTI

Un’indagine sfata i miti negativi rispetto alla popolazione straniera più numerosa che c’è in Italia

di Corrado Giustiniani

Si fa in fretta a criminalizzare un popolo intero. Ci vuole un omicidio che colpisca profondamente l’opinione pubblica, come quello di Giovanna Reggiani, compiuto il 30 ottobre del 2007 da Romulus Mailat. E poi, sei mesi dopo, sempre a Roma, lo stupro di una studentessa del Lesotho, finito nell’apertura di prima pagina dei principali quotidiani, fra le 4 mila orribili violenze carnali denunciate ogni anno, perché era il 20 aprile del 2008 e si stava per votare, al ballottaggio, il sindaco della capitale. Per non dimenticare, il 14 febbraio di un anno fa, lo stupro della Caffarella, ai danni di una ragazza di quindici anni, con una partenza falsa che portò in carcere gli incolpevoli Loyos e Racz, ma la certezza di alcuni giornali che il dna dei violentatori fosse romeno, come se avesse una bandierina incorporata dentro. Un libro-ricerca zeppo di dati statistici, I romeni in Italia tra rifiuto e accoglienza, presentato ieri all’Accademia di Romania dalla Caritas italiana e romena, smonta questa mole di pregiudizi. La stima media dei soggiornanti di quel paese in Italia è di 1 milione e 110 mila.

Sono la nazionalità più rilevante: un immigrato su quattro è romeno, e la loro presenza si è più che quadruplicata dal 2003 ad oggi (erano infatti 240 mila al tempo della regolarizzazione della Bossi-Fini). Ma chi equipara aumento dei romeni ad aumento della criminalità non trova supporto nei numeri. Nel 2008, osserva la Caritas, costoro incidevano per il 24,5 per cento sulla popolazione straniera residente ma soltanto per il 13,8 per cento sulle denunce presentate contro tutti i cittadini stranieri. Dunque, i romeni delinquono meno della media degli immigrati. Ancora: le denunce contro i romeni sono sì aumentate, dalle 31.465 nel 2005 alle 41.708 del 2008, ma soltanto del 32,5 per cento, mentre nello stesso periodo la popolazione romena in Italia è salita del 268 per cento. La propensione a delinquere, perciò, è nettamente calata negli ultimi anni.

Ad essere denunciati sono circa il 3,5 per cento dei residenti romeni. Quota che scende attorno al 3, se si tiene conto che alcune denunce si riferiscono a una stessa persona. Il 97 per cento non ha problemi con la giustizia. Difficile il confronto con la popolazione italiana, perché gli immigrati sono più giovani e la tendenza a delinquere non è certo degli anziani. La criminalità romena, che pure preoccupa per il suo carattere violento e la ramificazione in diverse attività illecite (dallo sfruttamento della prostituzione e dell’accattonaggio alle frodi informatiche) secondo la Direzione investigativa antimafia (Dia) è meno strutturata e meno in crescita rispetto ad altre di paesi diversi (soprattutto nordafricani). Sul lavoro i romeni non cercano di far valere ad ogni costo la loro formazione, spesso più elevata, ma si inseriscono anche nelle posizioni più umili e rischiose, tanto che nel 2008 hanno subito 21 mila 400 infortuni, 48 dei quali mortali. Nello stesso anno sono stati assunti ben 175 mila di loro, corrispondenti al 40 per cento dei nuovi contratti di cui ha beneficiato l’intera popolazione immigrata: in ciò sono stati sicuramente favoriti dall’essere cittadini dell’Unione europea, a partire dal 1 gennaio del 2007.

I romeni, così, assicurano un notevole apporto di contributi previdenziali (circa 1 miliardo e 700 milioni di euro l’anno) a vantaggio delle casse dell’Inps, mentre pagano circa 1 miliardo di tasse. Non soltanto laboriosi: sono anche creatori d’imprese, al ritmo di 9 mila l’anno. A maggio del 2009 quelle con titolare romeno erano in tutto 28 mila, con un primato in edilizia. Soltanto i marocchini, fra le nazionalità immigrate, ne vantano un numero più elevato.

Il Lazio è la regione che vede il maggior numero di residenti (158 mila) e Roma la prima provincia (122 mila) davanti a Torino (86 mila) e Milano (41 mila). Sono già 50 mila i bimbi romeni nati in Italia dal 2000 ad oggi e 105 mila i ragazzi iscritti nelle nostre scuole. Nel volume della Caritas, tuttavia, si sottolinea la nota dolente dei minori non accompagnati: nel 2006 erano già 2 mila 500. I minori costituiscono comunque il 18 per cento della presenza in Italia, che per la maggior parte (53 per cento) è femminile: le donne romene, come si sa, trovano ampi spazi nell’assistenza alle famiglie, agli anziani e ai malati.

Ma cosa pensano i romeni del nostro paese e degli italiani? La ricerca è integrata da un sondaggio condotto su 50 testimoni privilegiati distinti per età (dai 19 ai 50 anni) e regione di residenza. Sei su dieci intendono stabilizzarsi in Italia, della quale apprezzano lavoro, livello di vita e sistema sanitario, mentre rimpiangono la scuola romena che ritengono migliore. Il 94 per cento dichiara di aver fatto amicizie italiane, il 74 per cento di aver imparato la lingua dopo l’arrivo nel nostro paese, mentre il 36 per cento parla a casa soltanto italiano. Il 92 per cento guarda la tv italiana e i programmi più seguiti sono Anno Zero, Report, Porta a Porta, non quelli di intrattenimento. Nota dolente: il 90 per cento degli intervistati ha dichiarato che i romeni di propria conoscenza hanno subito discriminazioni, soprattutto sul lavoro. La mattinata finisce con un toccante concerto di musicisti romeni. Una ragazza, Oana Lungu, esce dall’Accademia di Romania esibendo orgogliosa la sua tesi di laurea conseguita alla Lumsa. Il titolo è L’altra Romania in Italia. Storie di integrazione. Lei ne ha raccolte 12. “L’altra Romania siamo noi – spiega – quelli venuti in Italia per lavorare onestamente: la stragrande maggioranza”.

Da il Fatto Quotidiano del 26 marzo

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Una Risposta

  1. modestamente
    io sono pienamente d’accordo con il giornalista che ha scritto

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