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”CAPIRE IL POTERE” DI NOAM CHOMSKY

Pubblico alcuni stralci del libro CAPIRE IL POTERE di Noam Chomsky. Chomsky parla di ambiente, mobilitazione cittadina e capitalismo toccando alcuni temi molto cari al Movimento 5 stelle. I più curiosi potranno leggere o scaricare tutto il libro in formato PDF in fondo all’articolo. Buona lettura…

[...]La democrazia sotto il capitalismo

un uomo: Lei ha detto che per salvare l’ambiente ci sarà bisogno di una pianificazione sociale cui partecipino tutti. Mi domando: il decentramento dei poteri non entra in qualche modo in conflitto con la possibilità di salvare l’ambiente? Voglio dire, non lo si può fare senza qualche tipo di accordo centralizzato, non crede?

In primo luogo, gli accordi non richiedono tutti un’autorità centralizzata; solo alcuni tipi di accordo la richiedono. Si presume, almeno, che il decentramento dei poteri porterà a decisioni che risponderanno agli interessi dell’intera popolazione. L’idea è questa: le politiche determinate da un apparato decisionale tendono naturalmente a riflettere gli interessi di coloro che hanno il potere di prendere le decisioni, cosa che è del tutto plausibile. Quindi se la decisione è presa da un’autorità centrale, rappresenterà gli interessi del particolare gruppo che si trova al potere. Ma se il potere è distribuito in una vasta parte della popolazione – se la gente comune può partecipare effettivamente a una pianificazione sociale – allora è presumibile che tale pianificazione rifletta i suoi veri interessi. E l’interesse principale della popolazione è la salvaguardia della specie umana. L’interesse dei grandi gruppi economici è il profitto: quindi si tratta di interessi profondamente diversi.

un uomo: E quale tipo di meccanismo per la pianificazione sociale crede che potrebbe funzionare? Certo non sarà entusiasta della nostra forma di governo.

Non c’è niente di sbagliato nella nostra forma di governo; o meglio, qualcosa di sbagliato c’è, ma quello che è veramente sbagliato è che manca la sostanza. Vedete, finché ci sarà il controllo privato dell’economia, non importano le forme di governo, perché i governi sono impotenti. Si potranno avere partiti a cui la gente aderisce mobilitandosi per determinare una linea d’azione, ma sulla politica questo avrà sempre un ruolo marginale.

Il fatto è che il potere sta sempre altrove. Supponiamo che noi qui riuniti convincessimo tutti i cittadini del paese a votarci come presidenti, che ottenessimo il 98 percento dei voti e avessimo la maggioranza assoluta in entrambe le Camere del parlamento, e incominciassimo a decretare riforme sociali di cui vi fosse estremo bisogno, auspicate dalla maggior parte della popolazione. Domandatevi semplicemente: che cosa accadrebbe? Se l’immaginazione non vi soccorre, date uno sguardo ai casi reali. Vi sono luoghi nel mondo che hanno un numero di partiti politici superiore al nostro, come alcuni paesi dell’America Latina, che sotto questo aspetto sono molto più democratici di noi. Bene: quando in quei paesi i candidati riformisti popolari vincono le elezioni,  nno al governo e cominciano a introdurre le riforme promesse, normalmente accadono due fatti. Uno: un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti. Ma supponiamo che non ci sia il colpo di stato; allora si verifica uno sciopero del capitale: i capitali fuggono dal paese, gli investimenti calano e l’economia si ferma. Questo è il problema che ha dovuto affrontare il Nicaragua negli anni ottanta, che a mio avviso non può essere risolto e non lo sarà mai.

Come sapete, i sandinisti hanno tentato di introdurre un’economia mista: hanno cercato di varare riforme sociali a beneficio della popolazione, ma hanno dovuto anche far appello alla comunità finanziaria per impedire una fuga dei capitali che avrebbe distrutto il paese. Per cui la maggior parte dei fondi pubblici, di quei pochi che vi sono, viene utilizzata sotto forma di bustarelle versate ai capitalisti per indurii a continuare a investire in Nicaragua. Il problema è che i capitalisti preferiscono non investire se non detengono il potere politico: piuttosto mandano in malora la società. Perciò prendono il denaro versato per convincerli e lo depositano in banche svizzere o in banche di Miami, perché a loro avviso il governo sandinista ha semplicemente sovvertito l’ordine delle priorità. Quei tipi odiano la democrazia quanto la odia il nostro Congresso: vogliono che il sistema politico sia in mano alle élite economiche, quando tornerà a esserlo allora lo chiameranno “democrazia” e riprenderanno a investire, e finalmente l’economia tornerà a funzionare.

La stessa cosa avverrebbe qui se avessimo un candidato riformatore che riuscisse a ottenere un qualche grado di potere legale: avremmo disinvestimenti, sciopero dei capitali, grave depressione economica. E la ragione è molto semplice: nella nostra società, il vero potere non è detenuto dal sistema politico, ma dall’economia privata; è lì che vengono prese le decisioni su che cosa deve essere prodotto, in quale quantità, che cosa deve essere consumato, dove si deve investire, chi può avere lavoro, chi controlla le materie prime e le risorse in genere, e via di questo passo. E finché le cose resteranno così, i mutamenti in seno al sistema politico possono creare qualche differenza – non dico che non contino nulla – ma si tratta di differenze molto piccole.

Se pensate alla logica di un sistema come questo, potrete rendervi conto che finché il potere resterà concentrato in mani private, tutti, tutti, devono avere un impegno supremo: garantire che i ricchi siano contenti. Perché se non lo sono, nessun altro potrà avere qualcosa. Perciò se siete un senzatetto che dorme nelle strade di Manhattan, diciamo, la vostra prima cura deve essere quella che i privilegiati nelle loro dimore siano contenti: perché se lo sono investono, e allora l’economia funziona e il resto anche, e qualcosa potrà sgocciolare fino a voi. Ma se non sono contenti tutto si ferma, e non c’è più niente che possa sgocciolare fino a voi. Per cui se siete un senzatetto in mezzo a una strada, dovete soprattutto preoccuparvi della felicità e del benessere dei privilegiati nelle loro case sontuose e nei loro ristoranti alla moda. Sostanzialmente questa è una metafora dell’intera società. Supponiamo che il Massachusetts aumenti le imposte sugli utili d’impresa. La maggior parte della popolazione è favorevole, ma è facile prevedere quello che succederà. Gli uomini d’affari scatenerebbero una campagna di stampa affermando – con ragione, perché non sono bugie – «Voi
aumentate le tasse sui nostri affari, volete dissanguare i ricchi, ma scoprirete che i capitali se ne andranno altrove, non ci saranno più posti di lavoro, niente di niente». Anche se non in modo così esplicito, questo equivale grosso modo a dire: «Se non ci farete contenti non avrete niente, perché qui i padroni siamo noi; voi vivete qui, ma questo posto è nostro».

E tale messaggio, in sostanza, viene diffuso, naturalmente non in questi termini, ogni volta che si presentano misure di riforma sociale. La stampa dice che si mettono in pericolo i posti di lavoro, che diminuiranno gli investimenti, che nel mondo degli affari c’è un calo di fiducia. Si tratta di un modo delicato per dire che, se non si tiene buono il mondo degli affari, la comunità non avrà alcun beneficio. [...]

Scarica il libro in formato PDF

a cura di Fabio Di Benedetto

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